Per un’Europa “sociale” e dei diritti: la nuova sfida della Sinistra

Di Francesco Cecere

La globalizzazione ha sancito il superamento del concetto di Stato-nazione. Il mercato globale ha infranto le barriere nazionali attraverso la dislocazione della produzione e, in questo modo, i lavoratori non possono più sentirsi sicuri delle regole valide all’interno dei propri ambiti geografici. L’ampia possibilità, per le persone, di muoversi da un paese all’altro, ha cambiato la percezione dell’ identità nazionale, portando alla creazione di una società multietnica e multiculturale. Di fronte a questi fenomeni, l’autorità dello stato- nazione è entrata in crisi. Ecco perché oggi i singoli stati si trovano impossibilitati a reagire ai cambiamenti economici e sociali del mondo, e sono costretti a sottomettersi alle logiche della finanza internazionale. Per combattere la supremazia del mercato sulla politica e tutto ciò che ne consegue (disuguaglianze, danni ambientali, disoccupazione, etc…) è necessario che le grandi lotte politiche confluiscano su scala più ampia: quella europea.
L’ Unione Europea è stata costruita sempre in un’ottica commerciale. L’unione politica è stata messa in secondo piano, quando questa, invece, è la questione principale. I padri fondatori dell’Europa unita, Spinelli e Rossi, avevano già intravisto la fine dello stato nazione, osservando come già nel ‘900 questa organizzazione politica si fosse trasformata, dal migliore strumento di organizzazione collettiva e tutore delle libertà individuale, a un’entità burocratica in grado di pesare sullo sviluppo della vita pacifica dei cittadini europei. Partendo da questa osservazione, pensarono che la federazione europea avrebbe potuto garantire una pace duratura tra i popoli europei, abbattendo quella naturale competitività esistente tra stati limitrofi. L’opzione federale garantirebbe un successo politico che le organizzazioni internazionali non riescono ad ottenere per due ragioni: la subordinazione ai governi degli Stati membri e la mancanza di democrazia presente nei processi decisionali a livello dell’élite burocratica sovranazionale.
L’ Europa che la sinistra deve supportare è perciò un’ Europa diversa da quella attuale. Un’Europa trasparente e democratica, che abbia come centro dei processi decisionali un vero demos europeo. Un’Europa che faccia della giustizia sociale il suo più importante obiettivo, ripartendo dagli investimenti, dalla lotta alla disoccupazione e all’ evasione fiscale delle multinazionali. Un’Europa aperta e accogliente, in grado di far fronte al problema migranti. Un’Europa che tuteli le libertà e i diritti fondamentali dell’ individuo e che valorizzi le differenze. Un’Europa, infine, che abbandoni politiche economiche oppressive, come quelle di austerità, e che riacquisti dignità politica.
La Sinistra, in quanto forza progressista e internazionalista, non può non appoggiare un progetto di unione e pace tra i popoli europei. Sarebbe errato storicamente rifugiarsi nei nazionalismi, in quanto, come affermano Spinelli e Rossi, l’origine del fascismo e dell’imperialismo capitalista sono da rintracciare nella fusione tra i concetti di Stato e nazione, ed è stata proprio la crisi di tale modello che li ha scatenati. La vera lotta all’oppressione capitalistica può essere condotta, dunque, solo a livello internazionale.

19-6-2017

Ius Soli e i suoi vantaggi

Di Nicola Cavallo

IUS SOLI TRA L’IRRESPONSABILITA’ DELLA CLASSE POLITICA ITALIANA, I VANTAGGI CHE APPORTEREBBE LA NUOVA LEGGE E LA STORIA DI INSAF DIMASSI

Oltre alle bagarre in Aula dei Senatori leghisti, oltre al razzismo amalgamato alla apologia di fascismo di CasaPound e Forza Nuova ai piedi del secondo ramo del Parlamento Italiano ed oltre al comportamento pilatesco dei grillini, disinteressati dall’assumersi un’importante responsabilità quale lo ius soli, è opportuno entrare nel merito della legge sulla cittadinanza- approvata dalla Camera dei Deputati nel 2015 e da allora in fase di stallo nello storico e romano Palazzo Madama del Senato della Repubblica- nonché evidenziare le opportunità e in contrapposizione i limiti che si evincono tra la vecchia e la nuova normativa, parlando della storia di Insaf Dimassi e di chi purtroppo e malauguratamente si trova nella sua stessa situazione.
Tornando al merito della questione, la nuova legge cambierebbe i criteri di acquisto della cittadinanza italiana, ossia: nascere in Italia con almeno un genitore legalmente presente nel “Belpaese” da almeno 5 anni, con deroghe legate a requisiti reddituali e di conoscenza della lingua italiana se il genitore non proviene da un Paese membro dell’Unione Europea; possibilità di ottenere lo status di cittadino italiano in connessione al cosiddetto ius culturae e quindi al diritto legato all’istruzione e al sistema scolastico peninsulare, mediante il quale è previsto l’ottenimento della cittadinanza a fronte del superamento, per i minori stranieri nati o arrivati in Italia entro i 12 anni, del ciclo scolastico di formazione primaria o secondaria di primo grado, mentre per tutti gli altri nati all’estero, ma arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, questo schema prevede la titolarità della cittadinanza come conseguenza all’aver vissuto in Italia per almeno 6 anni e aver superato un ciclo scolastico.
Negli ultimi anni il concetto di cittadinanza, nonché la piena applicazione dei suoi derivanti diritti civili, politici e sociali, sono oggetto di evoluzioni che coinvolgono la società moderna e che sono interconnessi ai processi di globalizzazione. Nonostante ciò- di contraria naturalezza- le norme che regolano le modalità di acquisto e di rinuncia della cittadinanza nel nostro Paese sono dettate dalla legge 91/1992 e fondate sul diritto di sangue o ius sanguinis. Un bambino è italiano se almeno un genitore è italiano, mentre se entrambi sono stranieri, anche se nato in Italia, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto la maggiore età. Questa normativa oltre ad essere inadeguata nei contenuti appare problematica per ciò che concerne i tempi di attesa, che secondo la legge non dovrebbero sforare i due anni, ma che in realtà si aggirano o nel peggiore delle ipotesi superano i quattro anni. Si tratta di un grattacapo burocratico difficilmente risolvibile sicché anche facendo ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, questo non potrebbe sostituirsi all’amministrazione competente per adottare il provvedimento di concessione della cittadinanza, traducendosi, così, in mancato riconoscimento dei diritti civili, politici e sociali sui quali si fonda la Costituzione Italiana.
Su tale falsariga si riflette la storia di Insaf Dimassi, ventenne studentessa, italiana e rispettosa delle sue origini tunisine, iscritta al Corso di Laurea di Scienze politiche presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Il suo trascorso lascia riflettere circa la portata di questa importante opportunità che l’Italia si sta negando e che si riflette sul Paese e sui destinatari di tale legge. Infatti, Insaf, nonostante sia arrivata in Italia a soli 9 mesi e nonostante si senta italiana ed abbia l’assoluta conoscenza dell’idioma neolatino non è riconosciuta come cittadina italiana. Impegnata nel sociale e nelle attività politiche del Comune in cui risiede, Pavullo nel Frignano, non ha potuto -“obtorto collo”- candidarsi alle elezioni amministrative perdendo così una opportunità su questioni a cui tiene molto quali la politica, la difesa della Costituzione e dei suoi diritti derivanti. Nei suoi occhi lo sdegno, la contrarietà e la delusione di non poter essere riconosciuta per quella che è; nei suoi ricci i capricci di una società rancorosa e obsoleta, che difende i suoi valori: tutto fuorché cristiani.

18-6-17

Per un centrosinistra popolare

Di Giacomo Perini

“Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada”. Credo che questa citazione di Vladimir Majakovskij faccia da porto sicuro in cui la sinistra debba approdare. Detta in altri termini il centrosinistra deve tornare ad essere movimento del popolo.
È essenziale ritrovare la vocazione storica di un partito, che si faccia portavoce delle difficoltà del ceto medio e soprattutto di quello basso, strappando alla Casaleggio Associati il monopolio dell’indignazione, ritrovando il proprio bacino elettorale in tutti coloro che nella sinistra hanno sempre visto l’opportunità di cambiamento, e che ormai delusi sono confluiti nel grande blog pentastellato.
In questi ultimi anni, invece, è stato spesso scritto il contrario, per vincere ci dicono che la sinistra italiana necessita disperatamente dei voti degli elettori di destra, e che i partiti rossi debbano volgere al rosato per avere possibilità di successo. Questa voglia disperata di allargare il bacino di consenso non più a vecchi elettori disinnamorati o a nuovi possibili elettori di sinistra ma ad un panorama di persone che credono nei valori di destra, causa una grave perdita di orientamento dentro e fuori il campo del centrosinistra ma, soprattutto, in questo modo perdiamo di vista la nostra identità ideologica. Se sempre di più si vuole allargare il bacino di voti a destra, per ovvi motivi attuerai politiche in larga maniera che rispecchino tale deriva. Questo ragionamento, che pare paradossale, ci sta portando a strascichi, i cui frutti tragici si ripercuotono sulla base. Con militanti storici e nuovi che non capiscono perché venga a mancare una forte attaccamento alle ideologie e agli ideali di sinistra che hanno caratterizzato la nascita, nove anni fa, del Partito Democratico e con la genesi di correnti minoritarie e maggioritarie che si stanno distruggendo a vicenda.
Ci ripetono spesso che la società è cambiata, che questo attaccamento radicale ai proprio valori non ha più senso di esistere e che quindi è giusto che sinistra e destra non esistano più. Però va ricordato che è vero che il cambiamento è una costante ma non perciò è sempre positivo. Tutto questo per dire che si deve assolutamente ricostruire il centrosinistra con nessun tipo di svolta a destra perché la cosa più importante che un partito possa fare per nobilitare la propria politica è quello di lottare fermamente per gli ultimi degli ultimi della classe sociale. Ci si deve impegnare in questo, in un periodo storico in cui ciò non è per nulla scontato, con le armi che gli appartengono, che sono ben diverse dagli strumenti utilizzati dalla destra, la quale ha sempre fatto propria l’immagine dell’uomo forte al comando. È per questo che il centrosinistra ha bisogno di trasmettere un senso di pluralismo, che promuova le correnti minoritarie interne e che le valorizzi, invece di schiacciarle, proprio per ribadire la propria unicità nel panorama politico moderno, e riappropriarsi della propria identità storica. Grillo e Berlusconi sono animali politici differenti, ma entrambi leader di movimenti strettamente legati alla propria persona, ed è proprio da questa tendenza ci si deve distanziarsi, se vuole ritagliarsi un ruolo preminente per gli anni a venire.

14-6-2017

Democrazia e comunicazione

Di Giuseppe Monteforte
Fra democrazia e comunicazione esiste un legame strettissimo, indivisibile, pena la fine di entrambe. La democrazia è lo strumento della comunicazione così come al comunicazione potenzia la democrazia. La democrazia rappresenta una condizione indispensabile per lo svolgimento della comunicazione, ma anch’essa deve ascoltare la comunicazione se vuole consolidarsi. In altre parole: le strutture democratiche sono tanto più solide quanto più libera è l’informazione e la comunicazione è tanto più sana quanto più è in salute la democrazia. Proviamo a immaginare se l’informazione fosse controllata,manipolata, cosa succederebbe? Si creerebbe una società cristallizzata e il sistema democratico collasserebbe, basti ricordare l’esperienza nazi-fascista. La comunicazione è così dentro lo spazio pubblico che è in grado di rivoluzionarlo o conservarlo. Spesso le istituzioni democratiche si sono servite dell’informazione per difendersi, ma spesso la storia si è servita della comunicazione per rovesciare il sistema democratico. Oggi si parla di post-verità, cos’è e perchè mette in crisi le democrazie occidentali? La post-verità è come un’opera teatrale, ci sono degli attori che amano distorcere la realtà raccontando al pubblico delle false verità: il palcoscenico è lo spazio sconfinato dei social media. La post-verità è una condizione stessa dell’uomo che manca di curiosità ed annulla il proprio spirito critico: elementi fondamentali per la democrazia. Ora se per questo le democrazie più avanzate del mondo credono che la crisi sia provocata solo da Internet, accorgendosi improvvisamente che i suoi cittadini sono in balia del conformismo, della rabbia, di ogni sorta di manipolazione – la più sfacciata – hanno si un problema, ma ben più grave. Significa che hanno cresciuto sudditi, non cittadini: premiando la mancanza di critica e non il contrario

14-6-2017

Verso la giusta società

Di Nicola Cavallo

La piaga delle diseguaglianze sociali si riflette in un accesso differenziato alle risorse e alle opportunità degli individui e rappresenta una caratteristica predominante e straordinariamente attuale delle società europee ed occidentali contemporanee.
Per molto tempo la povertà ha costituito una categoria centrale nello studio degli svantaggi collegati alla struttura delle diseguaglianze sociali ed è stata ritenuta una condizione di mancanza di quelle risorse necessarie per raggiungere e mantenere un livello di vita decente, civile e tollerabile da un individuo. Nella società post-moderna tale fenomeno è tornato ad espandersi a fronte di una stima superiore agli 8 milioni di europei che vivono al di sotto della soglia di povertà, riflesso dei concetti di esclusione, disagio e vulnerabilità sociale. La tesi secondo la quale “ il perseguimento del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune” risulta indebolita e sembra più logico attribuirle una insensata giustificazione morale adottata a favore dell’economia di libero mercato. Infatti la ricchezza che si è accumulata nelle tasche di pochissimi individui non ha filtrato verso il basso, bensì ha contribuito ad aumentare una capacità sempre più estesa ed accelerata di autoproduzione delle differenze tra i cittadini del mondo, tant’è che il 20% più ricco della popolazione consuma il 90% dei beni prodotti, mentre il 20% più povero ne consuma solo l’1% e che le venti persone più ricche del mondo hanno risorse pari a quelle del miliardo più povere.
Nei tre decenni che hanno preceduto il crollo del credito del 2007 la disuguaglianza è stata giustificata con l’argomentazione che gli individui al vertice della scala sociale davano un forte contributo all’economia, creando posti di lavoro; tuttavia è necessario attribuire all’ortodossia economica la responsabilità di aver creato un dogma invero e infondato, che fonda le proprie convinzioni sulla teoria secondo la quale : “una energica dose di disuguaglianza rende più efficienti e più veloci le economie in crescita in quanto premi più alti e tasse più basse al vertice stimolano l’imprenditorialità.” Prova di tale menzogna indiscutibile è data dall’aumento della disoccupazione e dalla riduzione e/o immobilità dei salari che ha comportato la perdita di capacità di consumo e decretato l’autodistruzione di un modello economico illusorio, che ha come unico spiraglio l’auspicio di aver compreso questa realtà ingiusta, cambiando rotta e applicando modelli economici equi e solidali.
Nel periodo storico in cui viviamo, la società necessita di un mondo governato da un codice morale e non da regole distruttive e capitalistiche. La Sinistra nutre il bisogno di riconquistare uno spazio preminente e rinnovato, che affondi le sue battaglie nella lotta alla povertà, all’alienazione, allo sfruttamento, alle intollerabili diseguaglianze tra individui e che faccia della cooperazione umana un volano di crescita. Le forze politiche di Sinistra non devono -in nessun modo- interrompere il legame con la propria storia, bensì aprire nuove vie per una giusta società e favorire riforme mirate a rendere più eguali i diseguali mediante l’applicazione di un coraggioso programma riformatore e cooperativo, in grado di favorire il benessere sociale e che non permetta ai grandi colossi industriali scorciatoie fiscali.

13-6-2017

Come rilanciare il Sud

Di Michele Sergi

La politica deve gestire lo Stato. È il suo compito e la sua priorità. Quando l’antipolitica avanza, lo Stato viene gestito male. Quello che spesso però la politica scorda di fare, è occuparsi della punta estrema dello Stivale. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, il Mezzogiorno tutto. Io sono un migrante economico, interno, ma pur sempre un migrante economico. Vengo dall’Aspromonte, vengo dalla Calabria, ma abito a mille km di distanza, in Emilia – Romagna. In queste zone, si ha un’assenza assordante dello Stato, le istituzioni non vengono riconosciute. Non vengono riconosciute perché spesso non fanno il proprio lavoro. Il sud grida il suo stato di indigenza, provocata dal cancro delle mafie, ma anche dalla mala-amministrazione.
Questo malgoverno ha portato allo spopolamento del sud, con conseguente impoverimento.
Questo malgoverno ha lasciato campo aperto alle mafie, che hanno allargato la loro influenza su tutti gli ambiti dove si poteva fare profitto illecito. E le aree dello sfruttamento dei migranti, con il caporalato, ricordiamoci la rivolta dei migranti, finita con il linciaggio degli immigrati. Ricordiamoci della terra dei fuochi, dove la gente muore di tumore, e non si trova una soluzione. Ricordiamoci di Africo, dove 33 persone sono morte di tumore in una sola via, via Matteotti. Stampiamoli nella nostra mente, come monito, come ricordo. Ciò non deve più accadere, l’Italia deve ripartire, e il Sud deve ripartire.
Come? Voglio essere propositivo. Servono investimenti pubblici. Su infrastrutture, i treni che vi sono al Sud sono lenti e obsoleti, sulle bonifiche delle discariche e degli ambienti, dove si è interrato tutto, probabilmente anche sostanze speciali e radioattive, che dovevano avere tutt’altro smaltimento. Sull’attuazione di pratiche per combattere il dissesto idrogeologico, che mette in pericolo quasi la totalità dei territori. Su pratiche di contrasto all’illegalità e alla criminalità organizzata, perché non siamo tutti mafiosi, ‘ndranghetisti o camorristi, anzi. Sulla lotta alla precarizzazione, al lavoro povero. Solo allora, quando avremo portato le strutture e le infrastrutture a livelli quantomeno accettabili, quando avremo investito seriamente nell’alternativa alle mafie, la ripresa e la creazione di lavoro sarà una conseguenza naturale, e potremo portare i turisti nelle nostre terre, ad ammirare i resti delle civiltà della Magna Grecia e Romana e di tutte le influenze dei popoli che ci hanno preceduto.
Se però si continua in una politica di mancette, di bonus, di precarizzazione del poco lavoro che vi è presente, di indifferenze verso le terre che urlano, allora la mafia prospererà e si ingrandirà. E questo da cittadino italiano, prima che meridionale, lo trovo inaccettabile.

13-6-2017

La nuova casa dei giovani progressisti

PrimaVera Progressista sarà una piattaforma culturale e politica alternativa, in quanto slegata dai partiti in campo, senza una struttura verticista, trasversale nel campo della Sinistra e autonoma, un nuovo tetto comune per i ragazzi sotto i 30 anni che si riconoscono negli ideali progressisti, laici ed ecologisti. Varie associazioni e centinaia di ragazzi attivi nel sociale, nel volontariato o impegnati nella cosa pubblica sono già parte integrante di questa rete estesa a livello nazionale. L’obiettivo principale sarà “praticare la Sinistra” nei vari territori, ovvero spendere energie per dare risposte concrete a servizio del bene comune attraverso il volontariato, organizzare iniziative culturali e dibattiti, portare avanti progetti legati alle politiche giovanili e ai temi a noi cari, adoperarsi, dunque, per la collettività, senza limitarsi alla retorica.

Noi di PrimaVera Progressista siamo tutti fermamente dalla parte del più debole, il nostro punto di riferimento è la Costituzione repubblicana e le nostre battaglie sono finalizzate all’ampliamento dei diritti sociali, civili e umani. Consideriamo la cultura come il pilastro portante di un popolo emancipato e libero, ripudiamo ogni forma di discriminazione, siamo per la parità di genere e lottiamo per un nuovo modello di sviluppo sostenibile e solidale. Non ci sentiamo rappresentati dalla maggioranza delle politiche messe in campo dagli ultimi esecutivi, in particolare del Governo Renzi contestiamo la Riforma della scuola, improntata su un modello d’istruzione contrapposto a quello auspicato, il Jobs Act, che riduce tutele e produce precarietà, e la mancata formulazione di un piano ambizioso per la ripresa dell’occupazione giovanile. Non abbiamo fede nel leaderismo e siamo convinti che la futura classe dirigente debba scegliere, coraggiosamente, di difendere la democrazia contro il finanzliberismo, di combattere le disuguaglianze, tutelare le minoranze e di ricostruire un “sentire comune”, fondato sulla solidarietà, oggi completamente assente. Vogliamo riprenderci il nostro futuro e faremo tutto il possibile per centrare l’obiettivo!

All’interno del blog troverete le nostre proposte, le nostre idee e approfondimenti sui temi d’attualità.

Alan Arrigoni