Dalla parte del più debole

Di Alan Arrigoni

Secondo le ultime indagini oltre 8 milioni di italiani sono sotto la soglia di povertà, in 11 milioni hanno dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie per difficoltà economiche e ben il 28,7% della popolazione è a rischio esclusione sociale. Le misure adottate dagli ultimi esecutivi in materia di lotta alla povertà si sono rivelate insufficienti e incomplete, mentre la reiterazione dell’appaggio a fallimentari politiche neoliberiste ha portato ad un ulteriore allargamento della forbice sociale, spazzando via il ceto medio e abbandonando al proprio cupo destino quello meno abbiente. Pesano l’assenza di un piano d’intervento organico di ristrutturazione di un welfare debole, che non è più in grado di dare risposte ad un’ampia fetta di popolazione, e il mancato ripensamento del modello di sviluppo economico, da cui trae beneficio soltanto una ristretta élite. Il Jobs Act, i tagli alla sanità e la reintroduzione dei voucher sono solo la punta dell’iceberg di una politica economica nazionale (e globale) complessivamente errata, che riduce le tutele e aumenta l’instabilità. È necessario, infatti, rendersi conto che la globalizzazione fondata sul finanzliberismo continua il suo processo di ripiegamento e la crisi delle democrazie occidentali, di pari passo con l’avanzata dei nazionalpopolusismi, è causa diretta dell’aumento delle disuguaglianze e della sfiducia verso le istituzioni, percepite come deboli con i forti e forti con i deboli. L’esigenza di protezione e il desiderio di una radicale inversione di tendenza crescono di giorno in giorno, pertanto le destre identitarie, sovraniste e xenofobe ne approfittano, speculando sul disagio sociale, presentandosi come anti-establishment e attuando una vigliacca e cinica propaganda capziosa, finalizzata a fomentare la guerra tra poveri, che rende le minoranze, soprattutto gli immigrati, il capro espiatorio. Per arginare l’ondata nera che sta investendo le nostre nazioni e scongiurare pericolose derive nazionaliste e autarchiche, la Sinistra, in Italia e in Europa, deve tornare a fare “il proprio mestiere”, ovvero tutelare chi ha un diritto in meno, combattere per un nuovo modello di sviluppo solidale, più democratico e sostenibile, e contrapporre con decisione il binomio oppressi-oppressori, offrendosi di difendere gli uni e limitare il potere degli altri, alla visione tipica delle destre secondo cui la società deve essere divisa tra autoctoni, da proteggere, e stranieri, da respingere. Risulta ormai lampante, infatti, che non riescano più ad ottenere consenso le sedicenti sinistre laddove si siano appiattite sulle logiche del laissez-faire e della deregulation, abbiano tradito i propri ideali progressisti e chi avrebbero dovuto rappresentare, rendendosi subalterne alla destra e perdendo la propria vocazione storica. Doveroso, quindi, tornare a dar voce agli esclusi, ai giovani precari o senza lavoro, a chi abita in una periferia degradata, ai piccoli imprenditori sull’orlo del baratro, agli operai senza tutele, alle vittime del caporalato e di soprusi sul luogo di lavoro, alle donne in stato di gravidanza costrette alle dimissioni, a chi non può permettersi le cure sanitarie e a tutti coloro che lottano per una società più equa, scegliendo di stare, coraggiosamente, dalla parte del più debole. Servono risposte concrete ed interventi mirati e a lungo respiro, a partire dalla regolamentazione della finanza, dall’ampliamento dei diritti sociali e dal rilancio degli investimenti, per garantire la tenuta della coesione sociale; slogan e storytelling anacronistiche non bastano più. Senza percorrere la via del facile populismo, dell’antipolitica, del leaderismo o dell’euroscetticismo, semplicemente ripartendo dagli ultimi.

20-6-2017

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