La vera forza del Movimento 5 Stelle sono gli esclusi

Di Francesco Ciancimino

Sono tante le domande che una persona interessata all’attualità politica del nostro paese si pone, in questi tempi confusi ed incerti. Le risposte sono spesso imperscrutabili. Esiste però una domanda che più delle altre interroga gli analisti, gli opinionisti, i media, e che per qualcuno costituisce un vero e proprio assillo: da dove trae tanta forza e consenso il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo?
Molti hanno provato a rispondere, il più delle volte derubricando il tutto come “antipolitica”, “foga giustizialista”, “rabbia popolare” o “populismo”. I primi tre sono sintomi di un malanno, il quarto uno stile comunicativo che caratterizza la classe politica di questo paese e di gran parte del continente europeo. Dunque, non ci aiutano a capire, perché sono per lo più mezzi o effetti, non cause.
Assumiamo per dato che il Movimento faccia leva sui sentimenti di rabbia e frustrazione di tanti cittadini italiani per poter incanalare il proprio consenso, e che lo faccia utilizzando il populismo per arrivare a più persone possibile. Il punto è, perché si è arrivati fin qui? Perché fino al 2008 questa realtà non esisteva ed oggi è il più importante protagonista dello scacchiere politico nazionale?
In Italia, di esperienze simili ne abbiamo già conosciute, come il Fronte liberale democratico dell’Uomo Qualunque di Giannini o la Lega Nord di Bossi. Nessuno di questi, però, aveva conquistato prima d’ora il centro della scena come il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Le sue capacità di comunicatore, la sua conoscenza dello strumento televisivo e delle sue logiche, la sua intuizione rispetto alle potenzialità della Rete internet hanno senza dubbio fatto la differenza. L’alleanza strategica con il marchio Casaleggio Associati ha poi fornito l’expertise utile a maneggiare certi strumenti. Questi sono i pilastri della strategia propagandistica con la quale egli ha lanciato un messaggio, la cassetta degli attrezzi che gli ha permesso di creare un piccolo esercito di fidati seguaci e milioni di simpatizzanti ed elettori. Chi sono, dunque, queste persone? Perché hanno creduto alla sua narrazione?
La politica, si sa, non è cosa da tutti, anche se (in teoria) appartiene a tutti i componenti di una comunità, secondo le regole democratiche. In realtà, sappiamo bene che la democrazia rappresentativa è guidata da élite, piccole cerchie di persone che, forti di un sistema di idee e di valori (possibilmente coerenti tra loro, anche se non sempre), chiedono il voto ad ogni singolo cittadino per poter realizzare la loro idea di società. Al tempo stesso, le persone che non fanno politica ma che sono guidate da certi principi piuttosto che altri nella loro vita quotidiana, ovvero la gran parte di noi, influenzano le idee, i valori, i progetti di cambiamento dei rappresentanti politici e dei partiti. Dunque, il processo è bi-direzionale: dalle élite verso la società, dalla società verso le élite. Nel corso del tempo, in misura più o meno evidente, il potere di condizionare si è spostato da una parte all’altra e non è affatto semplice capire quando questo sia accaduto in un verso o nell’altro. Negli ultimi 70 anni, però, possiamo dire che al posto dello scontro ideologico tra le élite alla guida dei grandi partiti di massa si è sostituito, anno dopo anno, un leaderismo che fonda il proprio agire sul sentimento popolare contingente, sui sondaggi d’opinione, sugli scoop mediatici: insomma, una narrazione politica sensazionalistica e a sua volta preda del sensazionalismo, capace di attirare un consenso fugace e volatile, utile a vincere le elezioni e a vedersi affidare il “timone della nave” tramite una delega in bianco da parte di un corpo elettorale sempre più disperato e smarrito (oltre che, numeri alla mano, sempre meno partecipe).
E su cosa si fonda la capacità o meno di conquistare questo fugace sostegno elettorale? In primo luogo, sul potere di controllare, manipolare e indirizzare gli strumenti di comunicazione di massa, su tutti la televisione e la rete. In secondo luogo, sul potere delle élite, non più politiche ma economico-finanziarie. Esiste una fitta rete di persone in Italia che, in maniera più o meno manifesta, condiziona la vita politica del Paese, decide per tutti ma al di fuori dei meccanismi democratici, e soprattutto incarna una serie di privilegi. Queste cerchie hanno al loro interno individui con grandi possibilità economiche e finanziarie o posizioni di potere nelle istituzioni, una fitta rete di conoscenze e clientele o, peggio, la forza di organizzazioni criminali alle loro spalle. Spesso si intersecano e si alleano, perseguendo i loro interessi comuni a scapito della maggioranza dei cittadini e del benessere pubblico. Tale è il modello che caratterizza il sistema sociale ed economico capitalista, poiché tipicamente i grandi portatori di interessi hanno maggiore convenienza ad allearsi piuttosto che a farsi la guerra, sebbene appartengano a gruppi di potere differenti: la cristallizzazione degli oligopoli economici, politici e finanziari, nonché la loro sopravvivenza, costituisce in realtà l’assetto “normale” del sistema in cui viviamo, sempre più globalizzato e globale. Nonché totalizzante e totalitario, mi verrebbe da aggiungere.
Ora, sebbene nel nostro paese a volte assumano contorni ridicoli e macchiettistici, queste cerchie elitarie esistono anche da noi. Le vediamo all’opera quando Fassino domanda “abbiamo una banca?!” al telefono con Consorte, quando Matteo Renzi mette “i suoi uomini” a capo della PA e delle aziende pubbliche, quando leggiamo la sentenza di condanna definitiva di Marcello Dell’Utri a sette anni di prigione per associazione mafiosa, in cui i giudici della Cassazione parlano esplicitamente di accordi economici tra Berlusconi e la Mafia siciliana, quando torniamo a parlare di P2 e delle sue recenti derivazioni, di Tangentopoli, quando ci indigniamo per il crack delle banche locali e di MPS, quando ripensiamo a Mafia Capitale. E potremmo davvero continuare all’infinito.
Con particolare riferimento alla politica organizzata, ma non solo, Enrico Berlinguer parlò un tempo di questione morale. E milioni di persone, siano esse di destra o di sinistra, credono fermamente che il vero e più profondo problema del nostro paese sia questo e che esso travalichi i classici schieramenti. Non esiste una destra sporca e una sinistra pulita, o viceversa. Esistono diverse sfumature in termini di responsabilità ed illegalità, certo, ma sono pochi coloro i quali possono permettersi di fare la morale agli altri allo stato attuale. Quantomeno, questo è il sentire comune.
In questo senso, e in questo vuoto provocato dall’assenza di valori morali forti, si inserisce il Movimento 5 Stelle. Esso ottiene il suo consenso da coloro che, onesti o presunti tali, sono stufi di questo continuo malaffare e, soprattutto, sono esclusi dai benefici che queste cerchie di potere fanno “sgocciolare” su quella parte di cittadinanza connivente, che non comanda ma gode in piccola misura dell’attuale status quo.
Dunque, per riassumere, alcune cerchie di potere che da decenni guidano il paese ne provocano l’immobilità e la stagnazione economica, a volte si fanno la guerra (come nel caso di Renzi e della rottamazione rispetto alla vecchia guardia del PD), ma chiunque ne esca vincitore va semplicemente a sostituirsi a chi comandava in precedenza, senza l’intenzione di scalfire le logiche che lo hanno portato fin lassù; un gradino sotto, con le mani tese verso l’alto e gli occhi bendati, troviamo la corposa zona grigia della società italiana, che tenta di succhiare dal seno del potere quanti più benefici possibile e, per paura o convenienza, si adegua, dunque non intende minimamente denunciare e combattere lo stato di cose; infine, esistono milioni di persone senza più guide politiche e riferimenti istituzionali autorevoli, abbandonate a sé stesse e arrabbiate, frustrate, confuse. Una grossa parte di questi ultimi, al momento, vedono nel Movimento 5 Stelle la loro chance di rivincita.
Sto forse insinuando che la loro sia una superiorità morale, oltre che politica, e che sia legittimata da un accorato mandato popolare? A voi il giudizio. La mia intenzione non è questa.
Infatti, a conclusione del mio ragionamento, intendo focalizzare l’attenzione sulle gravi responsabilità del Movimento fino ad oggi. Se i suoi principi sono ampiamente condivisibili (d’altronde, chi mai si dichiarerebbe apertamente contro l’onestà e a favore dei privilegi?) e meritevole è stata la volontà di incanalare la rabbia degli esclusi in un progetto politico di carattere istituzionale, d’altra parte lo stile inquisitorio e la mentalità moralizzatrice stanno sfociando in un’ideologia pericolosa, incapace di leggere le sfumature di grigio della realtà, sempre pronta a mettere in discussione qualunque istituzione o personalità che non sia degna della loro totale fiducia, spinta al punto di dividere i buoni dai cattivi sulla base del criterio arbitrario “o con noi o contro di noi”, o peggio sulla base delle simpatie del leader màximo Beppe Grillo. Se questo clima di Terrore dovesse giungere al governo del Paese, potrebbe combinare gravi danni e provocare una reazione che ci condurrà ad una situazione più grave di quella di partenza.
O il Movimento 5 Stelle sarà in grado di capire che il problema politico italiano non consiste esclusivamente nel denunciare chi usa il potere per i propri interessi particolari, estromettendolo quindi dai ruoli di responsabilità pubblica e sanzionandolo adeguatamente, bensì che esso sta nella distanza sempre più grande tra i pochi che hanno potere e i moltissimi che non ne hanno affatto, oppure quello che riusciranno a fare sarà soltanto sostituirsi a chi governa oggi e criminalizzare tutti coloro che non vanno loro a genio, siano essi innocenti o colpevoli, senza cambiare davvero le cose e facendo terra bruciata attorno. Riuscire a scardinare le logiche di conservazione del potere da parte delle élite e delle mafie, imprimere un cambio di marcia dal punto di vista sociale ed economico e ridare dignità alle istituzioni saranno le più grandi sfide che dovranno affrontare coloro i quali perseguano sinceramente un positivo cambiamento.

6-11-2017

Lavoro e istruzione: l’aumento dei Neet in Italia

Di Francesco Cecere

Il rapporto ESDE (“Occupazione e sviluppi sociali in Europa”) della Commissione Europea ha evidenziato il fatto che l’ Italia abbia il maggior numero di NEET in Europa, ovvero i giovani tra i 15 e i 24 anni che né lavorano né stanno affrontando un percorso di studi. Infatti, circa un quinto dei giovani (in termini di percentuale il 19,9% della popolazione giovanile) si trova in questa situazione. Il problema va affrontato sia da un punto di vista culturale sia politico.
Sulla scarsa partecipazione al percorso scolastico, e la conseguente disoccupazione giovanile, incide il cambio di mentalità che la popolazione italiana ha conosciuto negli ultimi tempi circa il ruolo della cultura e dello studio. La cultura è passata da essere fondamento per la formazione dell’ uomo e del cittadino a strumento per l’ acquisizione di una professione lavorativa. Questa visione particolarmente utilitaristica ha,quindi, sminuito il ruolo centrale che la cultura svolge nell’ ambito della formazione della persona. Di conseguenza, la diminuzione dei posti di lavoro rappresenta un disincentivo per i giovani allo studio e all’ arricchimento culturale: se non vi è una prospettiva lavorativa si considerano inutili leggere, studiare e tutte le altre forme di attività culturali.
E’ necessario, inoltre, analizzare alcuni fattori che in Italia hanno “gettato” i giovani in queste condizioni. Ciò che il rapporto ESDE mette in luce è che nel nostro paese c’è uno squilibrio tra la ridistribuzione delle risorse tra le fasce di età, che in genere va a favore dei più anziani. Si è in presenza, perciò, di una spesa sociale che trascura i giovani o che si rivela inefficace. Altro fattore rilevante, come sottolinea il rapporto, è il background familiare di ogni giovane: i nati in famiglie laureate e che hanno conseguito maggiori risultati nello studio hanno meno probabilità di diventare NEET. Perciò, la scarsa attenzione verso lo studio è spesso causata anche dalla mancanza di stimoli familiari. Questi due indici mostrano una politica condotta dallo stato, sia in termini economici che culturali, priva di effetti rilevanti. E’ compito dello stato quello di assicurare una copertura per i giovani disoccupati e, allo stesso tempo, cercare di integrarli nel mondo del lavoro. Per far ciò è essenziale una redistribuzione delle ricchezze per fasce di età: è giusto che la spesa sociale non favorisca solo i più anziani, ma venga ugualmente distribuita, così da poter investire maggiormente nel futuro dei giovani. Inoltre, l’ Italia dovrebbe impegnarsi di più anche dal punto di vista culturale. Infatti, solo lo stato può sopperire alla mancanza di stimoli familiari. Spendere maggiormente sulla scuola (rendendola in regola con gli standard scolastici degli altri paesi europei), sulla ricerca e sulla formazione giovanile extra-scolastica, in particolare rendendo i giovani più sensibili all’ importanza del vasto patrimonio culturale italiano.
In conclusione, oltre ad un cambio di mentalità circa il ruolo della cultura, è necessaria un’ azione dello Stato, sia economica che culturale, in grado di sensibilizzare i giovani allo studio e di livellare la disoccupazione giovanile.

19-7-2017

Per la Sinistra unita

Come PrimaVera Progressista, rete nazionale di giovani sotto i 30 anni, provenienti da esperienze politiche differenti, dall’impegno nel sociale e nel volontariato, chiediamo agli schieramenti che si collocano a sinistra responsabilità, unità e un progetto alternativo al Pd chiaro, di governo e lungimirante, che non nasca con l’obiettivo di un cartello elettorale destinato a vita breve.

Senza un soggetto unitario, inevitabilmente, si andrebbe incontro al minoritarismo, perciò è indispensabile formare un campo pluralista, un fronte comune che parta dal basso e dai territori, in quanto mosse politiciste e scelte calate dall’alto non possono che risultare perdenti in partenza, che sappia prendere decisioni nette e che sia in grado di coinvolgere i milioni di elettori progressisti sfiduciati, disorientati o accasatisi al M5S, mettendo al centro contenuti validi e proposte credibili. Il compito principale  sarà praticare (e non solo narrare) la sinistra, per rispondere all’esigenza di protezione dettata dal ripiegamento della globalizzazione liberista e arginare i crescenti nazionalpopulismi: doveroso, infatti, tornare nelle periferie, nelle fabbriche, riallacciare i rapporti con le parti sociali e ripartire dagli ultimi, da chi ha un diritto in meno e dal civismo, proponendosi di rappresentare esclusi ed emarginati.

Lavoro, lotta a disuguaglianze e povertà, ambiente, parità di genere, investimenti, Europa solidale, laicità, saperi, servizi di base universalistici, diritti sociali e civili sono solo alcune delle tematiche su cui ricostruire l’identità di una sinistra in grado di riappropriarsi della propria vocazione storica, che torni ad essere autentica. Chiediamo che anche la discontinuità non rimanga soltanto uno slogan, urge la presenza in prima fila di volti nuovi e giovani competenti, che diano voce ad una generazione senza certezze e abbandonata al proprio cupo destino.

A supporto dell’unità della Sinistra portiamo il modello della nostra piattaforma politico-culturale, partecipata, trasversale e nata dal basso, formata da centinaia di ragazzi che militano in diverse forze progressiste, da Possibile ai Verdi, da Articolo 1 a Sinistra Italiana e Azione Civile (senza dimenticare le tante formazioni civiche), ma che hanno scelto di lavorare assieme, senza veti e rivendicazioni di purezza, anteponendo ideali e obiettivi alle sigle. Riteniamo, infatti, che la frammentazione rappresenti una scelta miope e deleteria per la sinistra e per il Paese. Alle bandiere noi scegliamo i contenuti, voi?

PrimaVera Progressista 5-7-2017

  • Alan Arrigoni
  • Nicola Cavallo
  • Michele Sergi
  • Francesco Cecere
  • Vittoria Gheno
  • Federica Stramieri
  • Gianmaria Mazzola
  • Francesco Scanni
  • Roberto Bertoni
  • Salvatore Santaera
  • Francesco Ciancimino
  • Luigi Mattia Vint
  • Marianna Lucarini
  • Emiliano Giattinini
  • Enrico Solimena
  • Simone del Rosso
  • Domenico Briamonte
  • Carmine Gerardo Parisi
  • Pietro Manduca
  • Eva Brencich
  • Lorenzo Caffè
  • Gianluca Di Agresti
  • Klejdia Lazri
  • Gabriele Baroni
  • Niccolò Iurilli
  • Lucio Solari
  • Alessio Manzo
  • Giulia De Felice
  • Cristian Letizia
  • Giulia Del Vecchio
  • Luca Nascenzi
  • Carlo Garavini
  • Umberto Zimarri
  • Alessio Roccati
  • Giovani di sinistra (Racale e Taviano, LE)
  • Nicolò Villa
  • Valeria Avalle
  • Nicola Bianciotto
  • Anna Tanzi
  • Anissa Sofia Beka
  • Martina Monti
  • Armando Lo Savio
  • Carmela Benevento
  • Massimo Ravera
  • Alessandro D’Agostino
  • Emanuele Oian
  • Giacomo Gori
  • Francesco Pisani
  • Francesco Bilà
  • Rosalinda Minervini
  • Giuliana Maurici
  • Davide Ghio
  • Cristina Natili
  • Diletta Alese
  • Flavia Levrero
  • Alessandro Giuliano
  • Lorenzo Balzani
  • Gabriele Giunta
  • Salvatore Aquilina
  • Matteo Sartor
  • Umberto Maria Solari
  • Giuseppe Metaponte
  • Raffaele Tarnone
  • Francesca Picciuolo
  • Francesco Maria Cariota
  • Maria Grazia Marraffa
  • Alessia Simone
  • Vincenzo Leonelli
  • Vincenzo Monaco
  • Kristin Leonelli
  • Maria Grazia Iavarone
  • Matteo Cori
  • Davide Loreto
  • Luigi Mazzuoccolo
  • Gina Cesaro
  • Andrea Avella
  • Marco Cestaro
  • Giovanni Simeone
  • Sara Paladino
  • Claudia Signore
  • Miriana Iannone
  • Davide Giannantonio
  • Mariele Gioia Papa
  • Tommaso Passarelli
  • Michela Apice
  • Giuseppe Gatto
  • Francesco Capano
  • Daniele Gaggero
  • Michele Actis
  • Alfredo Curto
  • Daniele Armellino
  • Paolo De Uffici
  • Giovani Verdi del Trentino-Alto Adige
  • Aldo Lecce
  • Giovanni Malfarà
  • Vittorio Giordani
  • Maria Cristina Iacobbi
  • Simone Canino
  • Antonella Giglio
  • Mario Caserta
  • Manuel Leonelli
  • Susanna Guarnaschelli
  • Jacopo Madau
  • Giuseppe Monteforte
  • Fabio Saliani
  • Shamar Droghetti
  • Laura Carlino
  • Massimiliano Nardiello

 

Per un’Europa “sociale” e dei diritti: la nuova sfida della Sinistra

Di Francesco Cecere

La globalizzazione ha sancito il superamento del concetto di Stato-nazione. Il mercato globale ha infranto le barriere nazionali attraverso la dislocazione della produzione e, in questo modo, i lavoratori non possono più sentirsi sicuri delle regole valide all’interno dei propri ambiti geografici. L’ampia possibilità, per le persone, di muoversi da un paese all’altro, ha cambiato la percezione dell’ identità nazionale, portando alla creazione di una società multietnica e multiculturale. Di fronte a questi fenomeni, l’autorità dello stato- nazione è entrata in crisi. Ecco perché oggi i singoli stati si trovano impossibilitati a reagire ai cambiamenti economici e sociali del mondo, e sono costretti a sottomettersi alle logiche della finanza internazionale. Per combattere la supremazia del mercato sulla politica e tutto ciò che ne consegue (disuguaglianze, danni ambientali, disoccupazione, etc…) è necessario che le grandi lotte politiche confluiscano su scala più ampia: quella europea.
L’ Unione Europea è stata costruita sempre in un’ottica commerciale. L’unione politica è stata messa in secondo piano, quando questa, invece, è la questione principale. I padri fondatori dell’Europa unita, Spinelli e Rossi, avevano già intravisto la fine dello stato nazione, osservando come già nel ‘900 questa organizzazione politica si fosse trasformata, dal migliore strumento di organizzazione collettiva e tutore delle libertà individuale, a un’entità burocratica in grado di pesare sullo sviluppo della vita pacifica dei cittadini europei. Partendo da questa osservazione, pensarono che la federazione europea avrebbe potuto garantire una pace duratura tra i popoli europei, abbattendo quella naturale competitività esistente tra stati limitrofi. L’opzione federale garantirebbe un successo politico che le organizzazioni internazionali non riescono ad ottenere per due ragioni: la subordinazione ai governi degli Stati membri e la mancanza di democrazia presente nei processi decisionali a livello dell’élite burocratica sovranazionale.
L’ Europa che la sinistra deve supportare è perciò un’ Europa diversa da quella attuale. Un’Europa trasparente e democratica, che abbia come centro dei processi decisionali un vero demos europeo. Un’Europa che faccia della giustizia sociale il suo più importante obiettivo, ripartendo dagli investimenti, dalla lotta alla disoccupazione e all’ evasione fiscale delle multinazionali. Un’Europa aperta e accogliente, in grado di far fronte al problema migranti. Un’Europa che tuteli le libertà e i diritti fondamentali dell’ individuo e che valorizzi le differenze. Un’Europa, infine, che abbandoni politiche economiche oppressive, come quelle di austerità, e che riacquisti dignità politica.
La Sinistra, in quanto forza progressista e internazionalista, non può non appoggiare un progetto di unione e pace tra i popoli europei. Sarebbe errato storicamente rifugiarsi nei nazionalismi, in quanto, come affermano Spinelli e Rossi, l’origine del fascismo e dell’imperialismo capitalista sono da rintracciare nella fusione tra i concetti di Stato e nazione, ed è stata proprio la crisi di tale modello che li ha scatenati. La vera lotta all’oppressione capitalistica può essere condotta, dunque, solo a livello internazionale.

19-6-2017

Ius Soli e i suoi vantaggi

Di Nicola Cavallo

IUS SOLI TRA L’IRRESPONSABILITA’ DELLA CLASSE POLITICA ITALIANA, I VANTAGGI CHE APPORTEREBBE LA NUOVA LEGGE E LA STORIA DI INSAF DIMASSI

Oltre alle bagarre in Aula dei Senatori leghisti, oltre al razzismo amalgamato alla apologia di fascismo di CasaPound e Forza Nuova ai piedi del secondo ramo del Parlamento Italiano ed oltre al comportamento pilatesco dei grillini, disinteressati dall’assumersi un’importante responsabilità quale lo ius soli, è opportuno entrare nel merito della legge sulla cittadinanza- approvata dalla Camera dei Deputati nel 2015 e da allora in fase di stallo nello storico e romano Palazzo Madama del Senato della Repubblica- nonché evidenziare le opportunità e in contrapposizione i limiti che si evincono tra la vecchia e la nuova normativa, parlando della storia di Insaf Dimassi e di chi purtroppo e malauguratamente si trova nella sua stessa situazione.
Tornando al merito della questione, la nuova legge cambierebbe i criteri di acquisto della cittadinanza italiana, ossia: nascere in Italia con almeno un genitore legalmente presente nel “Belpaese” da almeno 5 anni, con deroghe legate a requisiti reddituali e di conoscenza della lingua italiana se il genitore non proviene da un Paese membro dell’Unione Europea; possibilità di ottenere lo status di cittadino italiano in connessione al cosiddetto ius culturae e quindi al diritto legato all’istruzione e al sistema scolastico peninsulare, mediante il quale è previsto l’ottenimento della cittadinanza a fronte del superamento, per i minori stranieri nati o arrivati in Italia entro i 12 anni, del ciclo scolastico di formazione primaria o secondaria di primo grado, mentre per tutti gli altri nati all’estero, ma arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, questo schema prevede la titolarità della cittadinanza come conseguenza all’aver vissuto in Italia per almeno 6 anni e aver superato un ciclo scolastico.
Negli ultimi anni il concetto di cittadinanza, nonché la piena applicazione dei suoi derivanti diritti civili, politici e sociali, sono oggetto di evoluzioni che coinvolgono la società moderna e che sono interconnessi ai processi di globalizzazione. Nonostante ciò- di contraria naturalezza- le norme che regolano le modalità di acquisto e di rinuncia della cittadinanza nel nostro Paese sono dettate dalla legge 91/1992 e fondate sul diritto di sangue o ius sanguinis. Un bambino è italiano se almeno un genitore è italiano, mentre se entrambi sono stranieri, anche se nato in Italia, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto la maggiore età. Questa normativa oltre ad essere inadeguata nei contenuti appare problematica per ciò che concerne i tempi di attesa, che secondo la legge non dovrebbero sforare i due anni, ma che in realtà si aggirano o nel peggiore delle ipotesi superano i quattro anni. Si tratta di un grattacapo burocratico difficilmente risolvibile sicché anche facendo ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, questo non potrebbe sostituirsi all’amministrazione competente per adottare il provvedimento di concessione della cittadinanza, traducendosi, così, in mancato riconoscimento dei diritti civili, politici e sociali sui quali si fonda la Costituzione Italiana.
Su tale falsariga si riflette la storia di Insaf Dimassi, ventenne studentessa, italiana e rispettosa delle sue origini tunisine, iscritta al Corso di Laurea di Scienze politiche presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Il suo trascorso lascia riflettere circa la portata di questa importante opportunità che l’Italia si sta negando e che si riflette sul Paese e sui destinatari di tale legge. Infatti, Insaf, nonostante sia arrivata in Italia a soli 9 mesi e nonostante si senta italiana ed abbia l’assoluta conoscenza dell’idioma neolatino non è riconosciuta come cittadina italiana. Impegnata nel sociale e nelle attività politiche del Comune in cui risiede, Pavullo nel Frignano, non ha potuto -“obtorto collo”- candidarsi alle elezioni amministrative perdendo così una opportunità su questioni a cui tiene molto quali la politica, la difesa della Costituzione e dei suoi diritti derivanti. Nei suoi occhi lo sdegno, la contrarietà e la delusione di non poter essere riconosciuta per quella che è; nei suoi ricci i capricci di una società rancorosa e obsoleta, che difende i suoi valori: tutto fuorché cristiani.

18-6-17

Per un centrosinistra popolare

Di Giacomo Perini

“Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada”. Credo che questa citazione di Vladimir Majakovskij faccia da porto sicuro in cui la sinistra debba approdare. Detta in altri termini il centrosinistra deve tornare ad essere movimento del popolo.
È essenziale ritrovare la vocazione storica di un partito, che si faccia portavoce delle difficoltà del ceto medio e soprattutto di quello basso, strappando alla Casaleggio Associati il monopolio dell’indignazione, ritrovando il proprio bacino elettorale in tutti coloro che nella sinistra hanno sempre visto l’opportunità di cambiamento, e che ormai delusi sono confluiti nel grande blog pentastellato.
In questi ultimi anni, invece, è stato spesso scritto il contrario, per vincere ci dicono che la sinistra italiana necessita disperatamente dei voti degli elettori di destra, e che i partiti rossi debbano volgere al rosato per avere possibilità di successo. Questa voglia disperata di allargare il bacino di consenso non più a vecchi elettori disinnamorati o a nuovi possibili elettori di sinistra ma ad un panorama di persone che credono nei valori di destra, causa una grave perdita di orientamento dentro e fuori il campo del centrosinistra ma, soprattutto, in questo modo perdiamo di vista la nostra identità ideologica. Se sempre di più si vuole allargare il bacino di voti a destra, per ovvi motivi attuerai politiche in larga maniera che rispecchino tale deriva. Questo ragionamento, che pare paradossale, ci sta portando a strascichi, i cui frutti tragici si ripercuotono sulla base. Con militanti storici e nuovi che non capiscono perché venga a mancare una forte attaccamento alle ideologie e agli ideali di sinistra che hanno caratterizzato la nascita, nove anni fa, del Partito Democratico e con la genesi di correnti minoritarie e maggioritarie che si stanno distruggendo a vicenda.
Ci ripetono spesso che la società è cambiata, che questo attaccamento radicale ai proprio valori non ha più senso di esistere e che quindi è giusto che sinistra e destra non esistano più. Però va ricordato che è vero che il cambiamento è una costante ma non perciò è sempre positivo. Tutto questo per dire che si deve assolutamente ricostruire il centrosinistra con nessun tipo di svolta a destra perché la cosa più importante che un partito possa fare per nobilitare la propria politica è quello di lottare fermamente per gli ultimi degli ultimi della classe sociale. Ci si deve impegnare in questo, in un periodo storico in cui ciò non è per nulla scontato, con le armi che gli appartengono, che sono ben diverse dagli strumenti utilizzati dalla destra, la quale ha sempre fatto propria l’immagine dell’uomo forte al comando. È per questo che il centrosinistra ha bisogno di trasmettere un senso di pluralismo, che promuova le correnti minoritarie interne e che le valorizzi, invece di schiacciarle, proprio per ribadire la propria unicità nel panorama politico moderno, e riappropriarsi della propria identità storica. Grillo e Berlusconi sono animali politici differenti, ma entrambi leader di movimenti strettamente legati alla propria persona, ed è proprio da questa tendenza ci si deve distanziarsi, se vuole ritagliarsi un ruolo preminente per gli anni a venire.

14-6-2017

Come rilanciare il Sud

Di Michele Sergi

La politica deve gestire lo Stato. È il suo compito e la sua priorità. Quando l’antipolitica avanza, lo Stato viene gestito male. Quello che spesso però la politica scorda di fare, è occuparsi della punta estrema dello Stivale. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, il Mezzogiorno tutto. Io sono un migrante economico, interno, ma pur sempre un migrante economico. Vengo dall’Aspromonte, vengo dalla Calabria, ma abito a mille km di distanza, in Emilia – Romagna. In queste zone, si ha un’assenza assordante dello Stato, le istituzioni non vengono riconosciute. Non vengono riconosciute perché spesso non fanno il proprio lavoro. Il sud grida il suo stato di indigenza, provocata dal cancro delle mafie, ma anche dalla mala-amministrazione.
Questo malgoverno ha portato allo spopolamento del sud, con conseguente impoverimento.
Questo malgoverno ha lasciato campo aperto alle mafie, che hanno allargato la loro influenza su tutti gli ambiti dove si poteva fare profitto illecito. E le aree dello sfruttamento dei migranti, con il caporalato, ricordiamoci la rivolta dei migranti, finita con il linciaggio degli immigrati. Ricordiamoci della terra dei fuochi, dove la gente muore di tumore, e non si trova una soluzione. Ricordiamoci di Africo, dove 33 persone sono morte di tumore in una sola via, via Matteotti. Stampiamoli nella nostra mente, come monito, come ricordo. Ciò non deve più accadere, l’Italia deve ripartire, e il Sud deve ripartire.
Come? Voglio essere propositivo. Servono investimenti pubblici. Su infrastrutture, i treni che vi sono al Sud sono lenti e obsoleti, sulle bonifiche delle discariche e degli ambienti, dove si è interrato tutto, probabilmente anche sostanze speciali e radioattive, che dovevano avere tutt’altro smaltimento. Sull’attuazione di pratiche per combattere il dissesto idrogeologico, che mette in pericolo quasi la totalità dei territori. Su pratiche di contrasto all’illegalità e alla criminalità organizzata, perché non siamo tutti mafiosi, ‘ndranghetisti o camorristi, anzi. Sulla lotta alla precarizzazione, al lavoro povero. Solo allora, quando avremo portato le strutture e le infrastrutture a livelli quantomeno accettabili, quando avremo investito seriamente nell’alternativa alle mafie, la ripresa e la creazione di lavoro sarà una conseguenza naturale, e potremo portare i turisti nelle nostre terre, ad ammirare i resti delle civiltà della Magna Grecia e Romana e di tutte le influenze dei popoli che ci hanno preceduto.
Se però si continua in una politica di mancette, di bonus, di precarizzazione del poco lavoro che vi è presente, di indifferenze verso le terre che urlano, allora la mafia prospererà e si ingrandirà. E questo da cittadino italiano, prima che meridionale, lo trovo inaccettabile.

13-6-2017