La vera forza del Movimento 5 Stelle sono gli esclusi

Di Francesco Ciancimino

Sono tante le domande che una persona interessata all’attualità politica del nostro paese si pone, in questi tempi confusi ed incerti. Le risposte sono spesso imperscrutabili. Esiste però una domanda che più delle altre interroga gli analisti, gli opinionisti, i media, e che per qualcuno costituisce un vero e proprio assillo: da dove trae tanta forza e consenso il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo?
Molti hanno provato a rispondere, il più delle volte derubricando il tutto come “antipolitica”, “foga giustizialista”, “rabbia popolare” o “populismo”. I primi tre sono sintomi di un malanno, il quarto uno stile comunicativo che caratterizza la classe politica di questo paese e di gran parte del continente europeo. Dunque, non ci aiutano a capire, perché sono per lo più mezzi o effetti, non cause.
Assumiamo per dato che il Movimento faccia leva sui sentimenti di rabbia e frustrazione di tanti cittadini italiani per poter incanalare il proprio consenso, e che lo faccia utilizzando il populismo per arrivare a più persone possibile. Il punto è, perché si è arrivati fin qui? Perché fino al 2008 questa realtà non esisteva ed oggi è il più importante protagonista dello scacchiere politico nazionale?
In Italia, di esperienze simili ne abbiamo già conosciute, come il Fronte liberale democratico dell’Uomo Qualunque di Giannini o la Lega Nord di Bossi. Nessuno di questi, però, aveva conquistato prima d’ora il centro della scena come il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Le sue capacità di comunicatore, la sua conoscenza dello strumento televisivo e delle sue logiche, la sua intuizione rispetto alle potenzialità della Rete internet hanno senza dubbio fatto la differenza. L’alleanza strategica con il marchio Casaleggio Associati ha poi fornito l’expertise utile a maneggiare certi strumenti. Questi sono i pilastri della strategia propagandistica con la quale egli ha lanciato un messaggio, la cassetta degli attrezzi che gli ha permesso di creare un piccolo esercito di fidati seguaci e milioni di simpatizzanti ed elettori. Chi sono, dunque, queste persone? Perché hanno creduto alla sua narrazione?
La politica, si sa, non è cosa da tutti, anche se (in teoria) appartiene a tutti i componenti di una comunità, secondo le regole democratiche. In realtà, sappiamo bene che la democrazia rappresentativa è guidata da élite, piccole cerchie di persone che, forti di un sistema di idee e di valori (possibilmente coerenti tra loro, anche se non sempre), chiedono il voto ad ogni singolo cittadino per poter realizzare la loro idea di società. Al tempo stesso, le persone che non fanno politica ma che sono guidate da certi principi piuttosto che altri nella loro vita quotidiana, ovvero la gran parte di noi, influenzano le idee, i valori, i progetti di cambiamento dei rappresentanti politici e dei partiti. Dunque, il processo è bi-direzionale: dalle élite verso la società, dalla società verso le élite. Nel corso del tempo, in misura più o meno evidente, il potere di condizionare si è spostato da una parte all’altra e non è affatto semplice capire quando questo sia accaduto in un verso o nell’altro. Negli ultimi 70 anni, però, possiamo dire che al posto dello scontro ideologico tra le élite alla guida dei grandi partiti di massa si è sostituito, anno dopo anno, un leaderismo che fonda il proprio agire sul sentimento popolare contingente, sui sondaggi d’opinione, sugli scoop mediatici: insomma, una narrazione politica sensazionalistica e a sua volta preda del sensazionalismo, capace di attirare un consenso fugace e volatile, utile a vincere le elezioni e a vedersi affidare il “timone della nave” tramite una delega in bianco da parte di un corpo elettorale sempre più disperato e smarrito (oltre che, numeri alla mano, sempre meno partecipe).
E su cosa si fonda la capacità o meno di conquistare questo fugace sostegno elettorale? In primo luogo, sul potere di controllare, manipolare e indirizzare gli strumenti di comunicazione di massa, su tutti la televisione e la rete. In secondo luogo, sul potere delle élite, non più politiche ma economico-finanziarie. Esiste una fitta rete di persone in Italia che, in maniera più o meno manifesta, condiziona la vita politica del Paese, decide per tutti ma al di fuori dei meccanismi democratici, e soprattutto incarna una serie di privilegi. Queste cerchie hanno al loro interno individui con grandi possibilità economiche e finanziarie o posizioni di potere nelle istituzioni, una fitta rete di conoscenze e clientele o, peggio, la forza di organizzazioni criminali alle loro spalle. Spesso si intersecano e si alleano, perseguendo i loro interessi comuni a scapito della maggioranza dei cittadini e del benessere pubblico. Tale è il modello che caratterizza il sistema sociale ed economico capitalista, poiché tipicamente i grandi portatori di interessi hanno maggiore convenienza ad allearsi piuttosto che a farsi la guerra, sebbene appartengano a gruppi di potere differenti: la cristallizzazione degli oligopoli economici, politici e finanziari, nonché la loro sopravvivenza, costituisce in realtà l’assetto “normale” del sistema in cui viviamo, sempre più globalizzato e globale. Nonché totalizzante e totalitario, mi verrebbe da aggiungere.
Ora, sebbene nel nostro paese a volte assumano contorni ridicoli e macchiettistici, queste cerchie elitarie esistono anche da noi. Le vediamo all’opera quando Fassino domanda “abbiamo una banca?!” al telefono con Consorte, quando Matteo Renzi mette “i suoi uomini” a capo della PA e delle aziende pubbliche, quando leggiamo la sentenza di condanna definitiva di Marcello Dell’Utri a sette anni di prigione per associazione mafiosa, in cui i giudici della Cassazione parlano esplicitamente di accordi economici tra Berlusconi e la Mafia siciliana, quando torniamo a parlare di P2 e delle sue recenti derivazioni, di Tangentopoli, quando ci indigniamo per il crack delle banche locali e di MPS, quando ripensiamo a Mafia Capitale. E potremmo davvero continuare all’infinito.
Con particolare riferimento alla politica organizzata, ma non solo, Enrico Berlinguer parlò un tempo di questione morale. E milioni di persone, siano esse di destra o di sinistra, credono fermamente che il vero e più profondo problema del nostro paese sia questo e che esso travalichi i classici schieramenti. Non esiste una destra sporca e una sinistra pulita, o viceversa. Esistono diverse sfumature in termini di responsabilità ed illegalità, certo, ma sono pochi coloro i quali possono permettersi di fare la morale agli altri allo stato attuale. Quantomeno, questo è il sentire comune.
In questo senso, e in questo vuoto provocato dall’assenza di valori morali forti, si inserisce il Movimento 5 Stelle. Esso ottiene il suo consenso da coloro che, onesti o presunti tali, sono stufi di questo continuo malaffare e, soprattutto, sono esclusi dai benefici che queste cerchie di potere fanno “sgocciolare” su quella parte di cittadinanza connivente, che non comanda ma gode in piccola misura dell’attuale status quo.
Dunque, per riassumere, alcune cerchie di potere che da decenni guidano il paese ne provocano l’immobilità e la stagnazione economica, a volte si fanno la guerra (come nel caso di Renzi e della rottamazione rispetto alla vecchia guardia del PD), ma chiunque ne esca vincitore va semplicemente a sostituirsi a chi comandava in precedenza, senza l’intenzione di scalfire le logiche che lo hanno portato fin lassù; un gradino sotto, con le mani tese verso l’alto e gli occhi bendati, troviamo la corposa zona grigia della società italiana, che tenta di succhiare dal seno del potere quanti più benefici possibile e, per paura o convenienza, si adegua, dunque non intende minimamente denunciare e combattere lo stato di cose; infine, esistono milioni di persone senza più guide politiche e riferimenti istituzionali autorevoli, abbandonate a sé stesse e arrabbiate, frustrate, confuse. Una grossa parte di questi ultimi, al momento, vedono nel Movimento 5 Stelle la loro chance di rivincita.
Sto forse insinuando che la loro sia una superiorità morale, oltre che politica, e che sia legittimata da un accorato mandato popolare? A voi il giudizio. La mia intenzione non è questa.
Infatti, a conclusione del mio ragionamento, intendo focalizzare l’attenzione sulle gravi responsabilità del Movimento fino ad oggi. Se i suoi principi sono ampiamente condivisibili (d’altronde, chi mai si dichiarerebbe apertamente contro l’onestà e a favore dei privilegi?) e meritevole è stata la volontà di incanalare la rabbia degli esclusi in un progetto politico di carattere istituzionale, d’altra parte lo stile inquisitorio e la mentalità moralizzatrice stanno sfociando in un’ideologia pericolosa, incapace di leggere le sfumature di grigio della realtà, sempre pronta a mettere in discussione qualunque istituzione o personalità che non sia degna della loro totale fiducia, spinta al punto di dividere i buoni dai cattivi sulla base del criterio arbitrario “o con noi o contro di noi”, o peggio sulla base delle simpatie del leader màximo Beppe Grillo. Se questo clima di Terrore dovesse giungere al governo del Paese, potrebbe combinare gravi danni e provocare una reazione che ci condurrà ad una situazione più grave di quella di partenza.
O il Movimento 5 Stelle sarà in grado di capire che il problema politico italiano non consiste esclusivamente nel denunciare chi usa il potere per i propri interessi particolari, estromettendolo quindi dai ruoli di responsabilità pubblica e sanzionandolo adeguatamente, bensì che esso sta nella distanza sempre più grande tra i pochi che hanno potere e i moltissimi che non ne hanno affatto, oppure quello che riusciranno a fare sarà soltanto sostituirsi a chi governa oggi e criminalizzare tutti coloro che non vanno loro a genio, siano essi innocenti o colpevoli, senza cambiare davvero le cose e facendo terra bruciata attorno. Riuscire a scardinare le logiche di conservazione del potere da parte delle élite e delle mafie, imprimere un cambio di marcia dal punto di vista sociale ed economico e ridare dignità alle istituzioni saranno le più grandi sfide che dovranno affrontare coloro i quali perseguano sinceramente un positivo cambiamento.

6-11-2017