Lavoro e istruzione: l’aumento dei Neet in Italia

Di Francesco Cecere

Il rapporto ESDE (“Occupazione e sviluppi sociali in Europa”) della Commissione Europea ha evidenziato il fatto che l’ Italia abbia il maggior numero di NEET in Europa, ovvero i giovani tra i 15 e i 24 anni che né lavorano né stanno affrontando un percorso di studi. Infatti, circa un quinto dei giovani (in termini di percentuale il 19,9% della popolazione giovanile) si trova in questa situazione. Il problema va affrontato sia da un punto di vista culturale sia politico.
Sulla scarsa partecipazione al percorso scolastico, e la conseguente disoccupazione giovanile, incide il cambio di mentalità che la popolazione italiana ha conosciuto negli ultimi tempi circa il ruolo della cultura e dello studio. La cultura è passata da essere fondamento per la formazione dell’ uomo e del cittadino a strumento per l’ acquisizione di una professione lavorativa. Questa visione particolarmente utilitaristica ha,quindi, sminuito il ruolo centrale che la cultura svolge nell’ ambito della formazione della persona. Di conseguenza, la diminuzione dei posti di lavoro rappresenta un disincentivo per i giovani allo studio e all’ arricchimento culturale: se non vi è una prospettiva lavorativa si considerano inutili leggere, studiare e tutte le altre forme di attività culturali.
E’ necessario, inoltre, analizzare alcuni fattori che in Italia hanno “gettato” i giovani in queste condizioni. Ciò che il rapporto ESDE mette in luce è che nel nostro paese c’è uno squilibrio tra la ridistribuzione delle risorse tra le fasce di età, che in genere va a favore dei più anziani. Si è in presenza, perciò, di una spesa sociale che trascura i giovani o che si rivela inefficace. Altro fattore rilevante, come sottolinea il rapporto, è il background familiare di ogni giovane: i nati in famiglie laureate e che hanno conseguito maggiori risultati nello studio hanno meno probabilità di diventare NEET. Perciò, la scarsa attenzione verso lo studio è spesso causata anche dalla mancanza di stimoli familiari. Questi due indici mostrano una politica condotta dallo stato, sia in termini economici che culturali, priva di effetti rilevanti. E’ compito dello stato quello di assicurare una copertura per i giovani disoccupati e, allo stesso tempo, cercare di integrarli nel mondo del lavoro. Per far ciò è essenziale una redistribuzione delle ricchezze per fasce di età: è giusto che la spesa sociale non favorisca solo i più anziani, ma venga ugualmente distribuita, così da poter investire maggiormente nel futuro dei giovani. Inoltre, l’ Italia dovrebbe impegnarsi di più anche dal punto di vista culturale. Infatti, solo lo stato può sopperire alla mancanza di stimoli familiari. Spendere maggiormente sulla scuola (rendendola in regola con gli standard scolastici degli altri paesi europei), sulla ricerca e sulla formazione giovanile extra-scolastica, in particolare rendendo i giovani più sensibili all’ importanza del vasto patrimonio culturale italiano.
In conclusione, oltre ad un cambio di mentalità circa il ruolo della cultura, è necessaria un’ azione dello Stato, sia economica che culturale, in grado di sensibilizzare i giovani allo studio e di livellare la disoccupazione giovanile.

19-7-2017

Ius Soli e i suoi vantaggi

Di Nicola Cavallo

IUS SOLI TRA L’IRRESPONSABILITA’ DELLA CLASSE POLITICA ITALIANA, I VANTAGGI CHE APPORTEREBBE LA NUOVA LEGGE E LA STORIA DI INSAF DIMASSI

Oltre alle bagarre in Aula dei Senatori leghisti, oltre al razzismo amalgamato alla apologia di fascismo di CasaPound e Forza Nuova ai piedi del secondo ramo del Parlamento Italiano ed oltre al comportamento pilatesco dei grillini, disinteressati dall’assumersi un’importante responsabilità quale lo ius soli, è opportuno entrare nel merito della legge sulla cittadinanza- approvata dalla Camera dei Deputati nel 2015 e da allora in fase di stallo nello storico e romano Palazzo Madama del Senato della Repubblica- nonché evidenziare le opportunità e in contrapposizione i limiti che si evincono tra la vecchia e la nuova normativa, parlando della storia di Insaf Dimassi e di chi purtroppo e malauguratamente si trova nella sua stessa situazione.
Tornando al merito della questione, la nuova legge cambierebbe i criteri di acquisto della cittadinanza italiana, ossia: nascere in Italia con almeno un genitore legalmente presente nel “Belpaese” da almeno 5 anni, con deroghe legate a requisiti reddituali e di conoscenza della lingua italiana se il genitore non proviene da un Paese membro dell’Unione Europea; possibilità di ottenere lo status di cittadino italiano in connessione al cosiddetto ius culturae e quindi al diritto legato all’istruzione e al sistema scolastico peninsulare, mediante il quale è previsto l’ottenimento della cittadinanza a fronte del superamento, per i minori stranieri nati o arrivati in Italia entro i 12 anni, del ciclo scolastico di formazione primaria o secondaria di primo grado, mentre per tutti gli altri nati all’estero, ma arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, questo schema prevede la titolarità della cittadinanza come conseguenza all’aver vissuto in Italia per almeno 6 anni e aver superato un ciclo scolastico.
Negli ultimi anni il concetto di cittadinanza, nonché la piena applicazione dei suoi derivanti diritti civili, politici e sociali, sono oggetto di evoluzioni che coinvolgono la società moderna e che sono interconnessi ai processi di globalizzazione. Nonostante ciò- di contraria naturalezza- le norme che regolano le modalità di acquisto e di rinuncia della cittadinanza nel nostro Paese sono dettate dalla legge 91/1992 e fondate sul diritto di sangue o ius sanguinis. Un bambino è italiano se almeno un genitore è italiano, mentre se entrambi sono stranieri, anche se nato in Italia, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto la maggiore età. Questa normativa oltre ad essere inadeguata nei contenuti appare problematica per ciò che concerne i tempi di attesa, che secondo la legge non dovrebbero sforare i due anni, ma che in realtà si aggirano o nel peggiore delle ipotesi superano i quattro anni. Si tratta di un grattacapo burocratico difficilmente risolvibile sicché anche facendo ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, questo non potrebbe sostituirsi all’amministrazione competente per adottare il provvedimento di concessione della cittadinanza, traducendosi, così, in mancato riconoscimento dei diritti civili, politici e sociali sui quali si fonda la Costituzione Italiana.
Su tale falsariga si riflette la storia di Insaf Dimassi, ventenne studentessa, italiana e rispettosa delle sue origini tunisine, iscritta al Corso di Laurea di Scienze politiche presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Il suo trascorso lascia riflettere circa la portata di questa importante opportunità che l’Italia si sta negando e che si riflette sul Paese e sui destinatari di tale legge. Infatti, Insaf, nonostante sia arrivata in Italia a soli 9 mesi e nonostante si senta italiana ed abbia l’assoluta conoscenza dell’idioma neolatino non è riconosciuta come cittadina italiana. Impegnata nel sociale e nelle attività politiche del Comune in cui risiede, Pavullo nel Frignano, non ha potuto -“obtorto collo”- candidarsi alle elezioni amministrative perdendo così una opportunità su questioni a cui tiene molto quali la politica, la difesa della Costituzione e dei suoi diritti derivanti. Nei suoi occhi lo sdegno, la contrarietà e la delusione di non poter essere riconosciuta per quella che è; nei suoi ricci i capricci di una società rancorosa e obsoleta, che difende i suoi valori: tutto fuorché cristiani.

18-6-17