Referendum Lombardo: una truffa travestita da consultazione

Di Marco Loria

Se ci fosse il buon ragioner Fantozzi direbbe che i Referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto sono una cagata pazzesca. Perché? Ecco tutto quello che dovete sapere sul 22 ottobre.

Intanto chiamiamo le cose con il proprio nome, non è un referendum. Semmai possiamo chiamarla consultazione. Infatti il referendum consultivo nel nostro ordinamento non è costituzionalizzato, quindi non è vincolante. Esistono solo due tipi vincolanti di refendum in Italia: quello abrogativo (art. 75 Cost.) e quello confermativo (art. 138, comma 2 Cost., ammesso solo all’interno di una procedura di revisione costituzionale – v. “4 Dicembre”). Per la verità l’Italia conobbe solo nel 1989 un referendum di indirizzo (o consultivo) – simile per natura giuridica a quello del 22 ottobre prossimo – quindi non vincolante che infatti richiese la preventiva approvazione di una norma costituzionale ad hoc avente per oggetto il conferimento o meno di un mandato costituente al Parlamento europeo che veniva eletto nella stessa occasione (legge costituzionale 3 aprile 1989, n. 2).

I promotori delle due consultazioni – che rimangono comunque distinte e separate nonostante la comunanza della data del voto – sono i Presindenti delle Regioni Lombardia e Veneto, entrambi leghisti che, sentiti i rispettivi consigli regionali, hanno approvato il testo e le modalità delle consultazioni. In Lombardia la richiesta è specifica – (“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”) – in Veneto più generica – (“Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”) – ma il fine è comune: contrattare maggiori margini di autonomia ex art. 116 Cost. Dove sta quindi l’inganno? Non c’è bisogno di un referndum consultivo per richiedere maggiore autonomia, la Costituzione lo permette comunque. Volendo scendere nel tecnicismo giuridico, con o senza consultazione, basterebbe negoziare un’autonomia differenziata come disposto già dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione repubblicana. In che modo? Ogni Regione, sentiti gli enti locali, può richiedere maggiori poteri nell’ambito delle materie di competenza fra quelle elencate nell’articolo 117 in materia di organizzazione della giustizia di pace, ambiente, istruzione, oltre che fra quelle attualmente concorrenti con lo Stato, e quindi per esempio il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Una volta firmata, l’intesa fra Stato e Regione deve essere ratificata con una legge, che per essere approvata deve ottenere il voto della maggioranza assoluta dei componenti di ogni Camera. Un iter legislativo volutamente lungo e cavilloso per la delicatezza delle richieste. Cosa cambierà quindi il 23 ottobre? Niente: se vinceranno i Sì, alle due Regioni non saranno attribuite di diritto maggiori forme di autonomia. Si saranno inutilmente spesi ‘soltanto’ qualche decina di milioni di euro che si sarebbero potute utilizzare per finanziare il contrasto alla povertà e alle diseguaglianze, per esempio. Già in Lombardia, dove per la forti richieste grilline si voterà con modalità elettroniche, sono stati spesi oltre 23 milioni di euro per l’acquisto dei tablet dai quali si voterà.

Vi starete chiedendo allora a cosa realmente serva questa consultazione. Diciamo che l’intento non dichiarato è la leggittimazione politica di chi oggi invita i propri elettori al voto, chiaramente chiedendo di votare Sì. In Lombardia la Lega, insieme con Forza Italia e la destra, cerca riconferme politiche in vista delle regionali 2018, e il Pd la insegue per non perdere ulteriori consensi sul territorio dopo le amministrative, mentre il Movimento 5 Stelle usa la consultazione per cercare il radicamento sul territorio che non ha mai avuto. In Veneto, dove occorre la partecipazione al voto della maggioranza assoluta degli aventi diritto per la validità della consultazione, si replica lo scenario lombardo con l’aggravante che chi governa cerca una “scusa politica” per distrarre gli elettori dai fallimenti amministrativi degli ultimi mesi (sanità e vicenda banche popolari su tutte) in vista degli altri appuntamenti elettorali più seri. Insomma queste consultazioni danno proprio l’idea di voler trasformarsi in dei plebisciti e questa volta la delega che la classe politica regionale chiede agli elettori è totalmente in bianco. Un buon escamotage per insabbiare le pecche del passato.

Dunque che fare? Si sarà capito che a definire la credibilità del messaggio popolare del 22 ottobre sarà soprattutto un risultato: non la semplice vittoria del Sì o il veto d’opposizione del No, ma il livello di affluenza. La risposta migliore a questa truffa elettorale è solo un’astensione attiva e democratica che in questo caso non significherebve la rinuncia all’esercizio del proprio diritto-dovere di voto ma avrebbe il senso di un rifiuto netto e consepevole dello sfruttamento del voto popolare ad uso e consumo di una classe dirigente inadeguata e già più volte fallimentare. Questo non significa rifiutare l’idea di autonomia, anzi vuol dire riconoscere la complessità dell’argomento che trova la propria giustificazione nell’esigenza di dare risposte differenti e più pertinenti a domande politiche diverse. Un’idea di autonomia quindi propriamente federalista che non escluderebbe le altre regioni perché meno virtuose o improduttive ma perché diverse nelle loro identità e nei rispettivi tessuti socio-economici.

(Dal blog de “I Pettirossi”)

24-9-2017